Beni Culturali
CHIESA DELLA SS. TRINITA’ DI AVENA

Innalzata a navata unica, fu parte integrante in origine di un omonimo monastero basiliano. Nel 1510 fu elevata a parrocchia. L’affresco al suo interno rappresenta la Trinità, con Dio padre al centro reggente il Cristo crocifisso, circondato in alto dagli arcangeli Michele, Gabriele, Raffaele e Uriele. Il dipinto fu eseguito nel 1521 su commissione di Rinaldo Grisolia, che aveva provveduto alla ricostruzione dell’edificio danneggiato da frana o terremoto. La straordinarietà dell’affresco sta nell’arcangelo Gabriele reso con il volto bruno e l’aureola a disco. L’indizio suggerisce l’appartenenza del committente all’ordine dei Trinitari, dedito al riscatto dei cristiani fatti schiavi dai turco-barbareschi. Compito reso complesso e delicato per il dialogo da avviare e concludere con gli islamici e che non di rado poteva avere buon esito grazie alle doti del mediatore. Il sembiante moresco dell’arcangelo Gabriele doveva significare, per il Grisolia, che Dio, suo tramite, in tutti i casi risoltisi con successo aveva annunziato ai musulmani la volontà della liberazione dello schiavo in trattativa. Gabriele, infatti, non è riconosciuto solo dalla teologia cristiana come angelo-nunzio a Maria della maternità di Cristo, ma anche dalla religione islamica, essendo comparso in sogno a Maometto preannunciandogli la scrittura del Corano. (a cura di Saverio Napolitano)

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CAPPELLA DI SANT’ANNA AL CIMITERO

Impostata ad aula quadrata presumibilmente tra Sei e Settecento non si esclude fosse in origine intitolata a san Giovanni e accorsata nel giorno della sua ricorrenza (24 giugno) per i riti benauguranti alle partorienti e quelli lustrali ai neonati con difficoltà di sopravvivenza, svolti nella cripta rivelata dai restauri degli anni Ottanta del secolo scorso seguiti all’ampliamento del cimitero. L’affresco che vi si conserva, inscritto in una lunetta, si è rivelato nella sua interezza nel corso dei lavori menzionati. Proponendo il canone iconografico della nascita del Battista, esso mostra una donna che ha appena partorito, affiancata dalla levatrice flessa sul neonato dall’aspetto esanime che immerge in una bacinella colma d’acqua, mentre due altre donne in piedi attendono di asciugarlo. In calce è indicato l’anno di esecuzione – 1705 – modificato in 1905 per farlo coincidere con quello di costruzione del cimitero, quando la cripta fu interrata coprendo la metà inferiore dell’affresco per cancellare il ricordo dei riti lustrali. Fu risparmiata la metà superiore con la donna sul letto riconosciuta come sant’Anna, tradizionalmente invocata dai moribondi, intestandole perciò la chiesetta allo scopo di rendere il dipinto coerente con l’area cimiteriale. (a cura di Saverio Napolitano).

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CRISTO CON LA CROCE

Nell’affresco è rappresentato il Cristo che regge la Croce, realizzato nella metà del XVIII secolo da autore ignoto, aveva una funzione di buon auspicio e protezione per i viandanti che percorrevano il sentiero.

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Madonna delle Grazie

Nell’affresco è rappresentato il volto della Madonna e quello del Cristo bambino, realizzato nella metà del XVIII° secolo da autore ignoto, aveva una funzione di buon auspicio per i viandanti che si affidavano alla Madonna.

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CAPPELLA DELLA MADONNA DEL CARMINE

Di pianta rettangolare con portichetto, risale al Settecento. E’ esemplare della sacralizzazione delle zone rurali promossa dalla religiosità controriformistica e dei riti processionali a fini propiziatori e penitenziali aventi come mete chiese fuori dalle mura urbane. La devozione per la Madonna del Carmine si accentuò nel Regno di Napoli dopo la rivoluzione di Masaniello (1647-1648), i cui episodi di più acuta tensione ebbero come epicentro la chiesa e la piazza del Carmine a Napoli La Madonna venne perciò riconosciuta propiziatrice e garante della pace sociale e depotenziatrice dei conflitti di classe. Nell’affresco qui conservato, datato 1724 opera del mormannese Angelo Galtieri, compare la Madonna titolare tra san Francesco di Paola e san Simone Stock protettore dell’Ordine carmelitano. (a cura di Saverio Napolitano)

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CAPPELLA DI SANTA SOFIA

Sacello ad aula quadrata databile all’XI-XIII secolo, al tempo dei monaci italo-greci veneranti la Divina Sapienza. Dal 1504 fu sede del Monte di pietà fondato dal papasiderese Franceschino Forestiero, con la finalità di distribuire gratuitamente grano ai poveri. In quella circostanza, egli commissionò gli affreschi della Pietà e dei ss. Apollonia, Caterina, Lucia, Pietro e Paolo. Alla sua morte, l’opera caritativa fu proseguita da un familiare omonimo, che nel 1569 fece aggiungere le immagini dei ss. Rocco e Biagio. Nel 1593 il vescovo di Cassano convalidò l’istituzione, in una sede contigua alla cappella ma con altre finalità, del nuovo Monte di Pietà. Dopo la peste del 1656, si devono alla patrizia concittadina Florena Mastrota gli affreschi della Vergine di Costantinopoli in trono e di santa Sofia, con i quali fu ricomposto il legame della cappella col monachesimo mercuriense ed evidenziata la continuità ideale con i due Monti di pietà.

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GROTTA DEL ROMITO

La grotta del Romito, scoperta nel 1961, è uno dei siti preistorici più antichi ed importanti d’Europa, che testimonia la presenza dell’uomo nel territorio fin dal Paleolitico. Si trova a circa 10 km dal borgo di Papasidero, in prossimità delle gole del fiume Lao, dove il paesaggio presenta grotte e pareti rocciose. Le campagne di scavo hanno portato alla luce importanti reperti tra cui i resti di un giovane cacciatore vissuto circa 17000 anni fa, tre duplici sepolture di individui, numerosi reperti litici ed ossei. Dagli studi si evince che il sito è stato frequentato tra i 23000 e 10000 anni fa. La scoperta più importante del sito è comunque il graffito rupestre del “Bos primigenius”, un’incisione su roccia che raffigura un bovide preistorico, Uro, realizzato con un tratto preciso, un incredibile rispetto delle proporzioni e dei dettagli, nonché un impressionante raffigurazione in prospettiva. Il graffito della grotta del Romito è uno degli esempi più importanti dell’arte rupestre di epoca preistorica, il che rende il sito archeologico un unicum a livello mondiale.

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SANTUARIO DI SANTA MARIA DI COSTANTINOPOLI

Chiesa rupestre sulla riva destra del Lao, in origine una “cappelluccia” tardo-medievale, che ha assunto la fisionomia attuale tra seconda metà del ‘600 e inizio ‘900. Di pianta a croce greca, ha tre navate scandite da archi a tutto sesto. La festività patronale della Madonna titolare fu attivata nel 1679, a ringraziamento della sua intercessione al tempo della peste del 1656. Dal 2002 la chiesa ha la qualifica di Santuario diocesano. All’interno, sulla parete centrale, campeggia un grande affresco di autori ignoti, eseguito in varie fasi a partire dal XVII secolo. Esso raffigura la Madonna in trono col Bambino sopra il cui capo aleggiano due angeli reggicorona; alla loro destra, un vescovo genuflesso (metafora della Chiesa trionfante post-tridentina); a sinistra, l’arcangelo Michele che trafigge il diavolo immerso nelle fiamme (simbolo della peste e dell’eresia protestante). La rappresentazione è contornata da un voluminoso panneggio allusivo del manto protettivo della Vergine. (a cura di Saverio Napolitano)

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